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6 gennaio 2019

Potenzialitą e sfide dell'economia circolare

In Italia il settore vanta un fatturato di 88 miliardi e 575 mila addetti. Con importanti margini di miglioramento. Mentre l'Ue stima una crescita del Pil del 7% entro il 2035. Il punto.

Lettera43 -Risparmio di risorse, creazione di posti di lavoro, riduzione dei rifiuti. E quindi sostenibilità. Sono i capisaldi dell'economia circolare, da non confondere con l'economia del riciclo pura e semplice. Se quest'ultima, come spiega a Lettera43.it Duccio Bianchi, curatore del report Economia circolare in Italia: La filiera del riciclo asse portante di un'economia senza rifiuti (Edizioni Ambiente, 2018) «è l'insieme delle attività economiche che partono dalla raccolta differenziata e, passando per le attività di selezione e preparazione, si concludono con l'impiego delle materie seconde nell'industria manifatturiera o nella produzione di compost», l'economia circolare «oltre all'economia del riciclo, include tutte le altre attività di riuso, per esempio nel settore delle acque, di manutenzione e riparazione che allungano la durata di vita degli oggetti». Un approccio che produce risultati non trascurabili: complessivamente, tutte le attività considerate nel perimetro di economia circolare del report valgono - dati 2016 - 88 miliardi in termini di fatturato, circa 22 miliardi in termini di valore aggiunto e occupano circa 575 mila persone.

L'OBIETTIVO È UNA POLITICA OMOGENEA A LIVELLO EUROPEO

Non proprio briciole. Anzi, «cifre che ci dicono quanto l'economia circolare e del riciclo siano una indubbia realtà economica, fondamentale per il sistema manifatturiero», continua Bianchi. «Ci sono settori industriali, come per esempio la produzione di alluminio in Italia, «che sono un esempio quasi perfetto di economia circolare, cioè di una economia che non spreca risorse». Nonostante questo, la strada verso l'ottimizzazione della produzione è ancora lunga. «Il contesto mondiale, con le posizioni degli Usa di Donald Trump e le tensioni interne all'Europa», fa notare il curatore del report, «non riesce a far decollare efficaci progetti comuni». L'obiettivo invece è arrivare a una politica omogenea su scala europea, superando uno scenario che si presenta come un mosaico di singole politiche nazionali più o meno virtuose.
GLI OBIETTIVI A LUNGO TERMINE

Il 4 luglio 2018 sono entrate in vigore le quattro direttive europee sull'economia circolare che dovranno essere recepite dagli Stati membri, ma soltanto entro il 5 luglio 2020. Fra gli obiettivi principali, l'incremento delle percentuali di riciclaggio che prevede entro il 2025 il riciclo di almeno il 55% dei rifiuti urbani (che salirà al 60% entro il 2030 e al 65% entro il 2035); l'obbligo di riciclo per i materiali da imballaggio del 65% entro il 2025 (e del 70% entro il 2030); dal 2025, l'obbligo di raccogliere separatamente i rifiuti tessili e i rifiuti pericolosi, mentre i rifiuti biodegradabili dovranno essere raccolti a parte o riciclati a casa mediante compostaggio. Il livello massimo di conferimento in discarica è previsto a un massimo del 10% entro il 2035.

L'UE STIMA UNA CRESCITA DEL PIL DEL 7% ENTRO IL 2035

Il parlamento europeo stima che, grazie all’economia circolare, potrebbe esserci una crescita del Pil fino al 7% entro il 2035. E il cambio di marcia, in area euro, potrebbe portare a una riduzione media annua delle emissioni di CO2 pari a 617 milioni di tonnellate. E l'Italia? Va detto che nel 2017 è stato avviato a riciclo il 67,5% dei rifiuti di imballaggio, per un totale di 8,8 milioni di tonnellate. «Il nostro», continua Bianchi, «è uno dei Paesi europei con la più alta percentuale di rifiuti avviata a riciclo, soprattutto nel settore delle produzioni industriali, ed è anche uno di quelli che impiega più materia seconda, anche importandola, rispetto al consumo totale». Il settore metallurgico è ormai quasi integralmente basato sull’uso di rottami, una unicità tra i grandi Paesi industriali». Una conferma arriva anche dai dati 2014 di Eurostat: l’Italia spiccava già fra i Paesi europei per la più alta percentuale di riciclo sulla totalità dei rifiuti (urbani, industriali). Ben il 76,9% di rifiuti totali sono avviati a riciclo con una incidenza più che doppia rispetto alla media europea, ferma al 37%. Un risultato di tutto rispetto, visto che sempre in Ue, la Francia arriva "solo" al 54% e la Germania al 43%.

LA VENDITA DI SECONDA MANO FERMA A 435 MILIONI DI FATTURATO

Secondo il report, la quota della raccolta finalizzata al riciclaggio dei rifiuti urbani e speciali, pericolosi e non - dati 2016 - concorre con un fatturato di 5 miliardi e 262 milioni (su un totale di 10,6 miliardi dell’intera raccolta) impiegando 64 mila addetti. «Il fatturato», spiega Bianchi, «è composto dai corrispettivi dei Comuni per la raccolta, una quota poi pagata dai cittadini con la Tari, e dai pagamenti dei privati per la raccolta dei propri rifiuti. La quota da "differenziata" è calcolata in funzione di una stima specifica sul fabbisogno di personale e sui costi di raccolta». Non solo: la manutenzione e la riparazione (con particolare riguardo a quelle dei veicoli) valgono da sole il 50,5% del valore aggiunto dell’economia circolare e il 65% degli occupati. Mentre il riuso come vendita di seconda mano, “appena” 435 milioni di fatturato e 6 mila addetti, pur con margini di crescita da non sottovalutare. «In Italia», sottolinea Bianchi, «c’è poco ricorso ai prodotti di seconda mano, sia nel tessile sia nell’arredamento, rispetto ad altri Paesi europei. E invece il riuso di questi beni, anche attraverso la loro riparazione o re-invenzione, ha grandi potenzialità in termini di valore economico e occupazionale». Basti pensare che il settore del riuso nel Regno Unito vale ben 3 miliardi e mezzo, mentre in Francia 2 miliardi.

Se questo è il quadro, quali sono dunque le sfide e politiche per il futuro dell’industria italiana del riciclo? «Il primo punto essenziale», fa notare Bianchi, «è diffondere modelli virtuosi, come quelli veneti o di certe aree lombarde». In effetti, nel 2016 la Lombardia con 29,4 milioni di tonnellate (il 37,8% del totale del Nord Italia e il 27,3% del totale nazionale), è stata la prima regione italiana per numero di rifiuti speciali recuperati, seguita dal Veneto, con 14,6 milioni di tonnellate (18,8%),

LOMBARDIA E VENETO FANNO SCUOLA

Far circolare la conoscenza sulle esperienze virtuose è senza dubbio un buon modo per diffondere la cultura dell’economia circolare. Un appuntamento importante per le imprese e gli addetti al settore è l’Ecoforum Lombardia, promosso dalla Legambiente regionale, che si è tenuto nel novembre 2018. Un appuntamento utile per mettere in rete esempi di innovazione industriale, aziende, enti pubblici e imprese sociali, sotto il segno della sostenibilità. In Veneto, invece, è Padova ad aver ricevuto quest’anno il premio di eccellenza Verso un’economia circolare promosso da Fondazione Cogeme Onlus, con il patrocinio del ministero dell’Ambiente. In collaborazione con lo Iuav di Venezia, la città del Santo ha infatti avviato un progetto finanziato dalla Regione Veneto volto alla promozione di occasioni formative per imprese e privati nell’ambito dell’economia circolare. Sempre in Veneto spicca anche il progetto Interreg-CE Circe2020, di cui Arpa Veneto è capofila, che ha l’obiettivo di rafforzare i principi dell’economia circolare sul territorio. In particolare definire una metodologia ad hoc per individuare flussi di rifiuti utilizzabili e mettere a punto esperienze pilota nel settore.

NON SOLO MODELLI VIRTUOSI, MA ANCHE MAGGIORI INVESTIMENTI

«In seconda battuta», conclude Bianchi, «è quello di investire in innovazione tecnologica e di aprirsi a nuove aree di riciclo, come il settore tessile, quello dei materassi, l’arredamento, i pannolini: tutti settori dove già esisterebbero le tecnologie e le opportunità economiche per crescere».