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8 marzo 2018

Sacchetti compostabili per l'ortofrutta e lo stallo sui riutilizzabili. Alcuni pareri

Il nodo irrisolto rimane quello dell'igiene. Esiste davvero un rischio di contaminazione per la frutta e la verdura qualora si usassero sacchetti già utilizzati? Ne abbiamo parlato con due esperti del settore

Eco dalle Città -Due mesi dopo l'introduzione dei sacchetti compostabili a pagamento per l'acquisto di frutta e verdura non sembra ci siano novità sulla possibilità di utilizzare borse a norma portate da casa o sacchetti riutilizzabili. Il nodo irrisolto è quello di un eventuale problema igienico.

Sia il Ministero dello Sviluppo Economico sia il Ministero dell'Ambiente si sono pronunciati dicendo che l'esigenza principale è quella di garantire l'igiene e la sicurezza e hanno lasciato l'ultima parola al Ministero della Salute che ha la competenza in materia.

Nei primi giorni di gennaio quest'ultimo ha affidato la sua posizione ufficiale al segretario generale del dicastero, Giuseppe Rucco, il quale ha dichiarato che il Ministero non è contrario ai sacchetti portati da casa a patto che siano monouso e idonei per gli alimenti, perché con quelli riutilizzabili ci sarebbe il rischio di contaminazioni batteriche con situazioni problematiche. Ad oggi queste sono le uniche dichiarazioni rese dal Ministero della salute.

Per smentire questa tesi nelle scorse settimane è stato più volte citato l'esempio della Coop Svizzera (Stato fuori dall'Unione Europea) che consente ai clienti l'uso di borsine in rete riutilizzabili. Oppure i supermercati francesi e tedeschi in cui sarebbe possibile acquistare frutta e verdura da trasportare, sempre con le borse personali e riutilizzabili.

Ma la normativa italiana sull'igiene e sulla sicurezza sembrerebbe essere più rigida rispetto ad altri Stati europei.

E a questo proposito un portavoce della Commissione europea ha rilasciato all'Ansa una dichiarazione: "Bruxelles non entra nel merito del riuso dei sacchetti bio poiché si tratta di una questione sanitaria di competenza nazionale".

http://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/rifiuti_e_riciclo/2018/01/05/ue-e-litalia-che-ha-deciso-di-far-pagare-i-sacchetti-bio_3e2998a8-673f-4d0b-8776-3504cec30a80.html

Esiste davvero un reale rischio di contaminazione per la frutta e la verdura qualora si usassero sacchetti gi° utilizzati? Ecco il parere di due esperti del settore.

Ne abbiamo parlato con Francesco Baldoni, verificatore EMAS, consulente ambientale presso Esalex e Virginia Cravero, ricercatrice presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, dipartimento di Economia agro-alimentare.

"Tanto per cominciare - ci dice Baldoni - non sono d'accordo sull'utilità dei sacchetti compostabili e biodegradabili per preservare l'integrità e la freschezza degli alimenti sfusi e freschi. Se si intende preservare la integrità da una rapida fermentazione, allora è necessaria l'uso di una borsa termica; se si intende una protezione di ordine meccanico o chimico/microbico, l'ultraleggero non ha proprietà particolari a priori e penso sia comunque necessario evidenziare quali siano i dati di partenza secondo cui attivare questa forma dubbia di pratica anti-inquinamento. "

Con l'uso delle borse riutilizzate e magari anche in plastica riciclata c'è il rischio di contaminare gli alimenti trasportati?

"In generale la disposizione che vieta di utilizzare le borse in plastica riciclata destinate al contatto alimentare - continua Baldoni - è corretta in se (in applicazione della direttiva MOCA) ma forse andrebbe valutata meglio e nel suo complesso. In primis perché nessun prodotto in vendita viene acquistato per essere consumato direttamente: tutti gli alimenti nel reparto orto-frutta sono dotati della loro "confezione" naturale, primaria e originaria, che da sempre ne protegge e tutela il contenuto prezioso (per es. : la buccia dell'arancio). Dove la parte edibile viene messa in bella mostra (per es. : funghi tagliati) il commerciante ha anche predisposto un imballo apposito (di solito una pellicola di LDPE sopra e di polistirene sotto). "

Esiste una soluzione che metta d'accordo tutti nel rispetto delle normative, grande distribuzione e buone pratiche comprese?

Virginia Cravero propone una possibile soluzione, ovvero "dimostrare con studi scientifici che il rischio di contaminazione a causa dell'utilizzo delle borsine personali, è talmente basso che non suppone l'esistenza di problemi igienico-sanitari né al venditore, né al consumatore. Lo studio potrebbe essere fatto su un campione di consumatori (se possibile su qualche centinaia di persone perché, statisticamente, più il campione è grande più i dati risultano significativi) ai quali vengono prelevati dei campioni microbiologici prima e dopo l'uso della borsina personale portata da casa. Questo servirebbe a capire quali e quanti tipi di batteri possono essere introdotti nei negozi tramite le borse ma anche quali e quanti tipi di batteri possono essere "trasportati" dal negozio fino a casa. Ovviamente, studi del genere possono essere costosi in termini di tempo e denaro, ma se ben elaborati, possono risultare preziosi."

Le problematiche sorte in seguito all'obbligo di usare le borse ultraleggere a pagamento per gli alimenti sfusi ci ricordano - per certi aspetti - le resistenze che si erano riscontrate sulla possibilità per la grande distribuzione di donare il cibo alle associazioni e alle ONG. Resistenze che sono state superate grazie anche all'intervento del legislatore, prima con la Legge n. 155/2003, la legge del buon Samaritano, e successivamente con la Legge n. 166/2016, la cosiddetta legge Gadda.

Nel 2013 il legislatore ha equiparato al consumatore finale le ONG che distribuiscono cibo a fini benefici, per quanto riguarda la responsabilità sulla sicurezza alimentare nelle fasi di conservazione, trasporto, deposito e utilizzo degli alimenti, sollevando i donatori dalla "responsabilità di percorso".

Mentre con la legge del 2016 si attribuisce agli operatori del settore alimentare la responsabilità di mantenere i requisiti igienico-sanitari dei prodotti alimentari fino al momento della cessione.