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2 marzo 2018

Rifiuti: quali conseguenze dopo la stretta cinese? Plasmix destinato ad accumularsi, rischio paralisi della filiera

Iniziano a manifestarsi i primi segni della stretta cinese sulle importazioni di rifiuti. Andrea Fluttero, presidente di UNICIRCULAR, ad Eco dalle Città: " I materiali saranno destinati ad accumularsi nei piazzali con il rischio che si paralizzi la filiera fino alla raccolta stessa"

Eco dalle Città -Nei mesi scorsi la Cina ha annunciato e poi messo in pratica la stretta sulle importazioni di rifiuti. Uno degli ultimi passaggi in questo senso è l'entrata in vigore, dal 1° marzo 2018, del nuovo tetto massimo alle impurità presenti nei materiali inviati a trattamento negli impianti cinesi (0,5% del peso complessivo del carico). Su questo tema abbiamo interpellato Andrea Fluttero, presidente di UNICIRCULAR:

Partiamo dall'origine della scelta presa dalla Cina: da cosa è stata dettata?

La Cina sta evolvendo il suo modello di sviluppo. Il gigante asiatico sta crescendo in maniera molto rapida. Cresce in dimensioni ma cresce anche in qualità. E così ha deciso di definire dei limiti molto più restrittivi alle impurità presenti nei materiali che importava. In questo modo elimina tutta una serie di materiali di scarsa qualità in entrata e riduce l'uscita di prodotti di bassa qualità. Questa decisione, tuttavia, mette in crisi l'Europa, in particolare i Paesi che hanno spinto sulla raccolta differenziata.

Quali sono esattamente i rifiuti che vengono "colpiti" da questa stretta?

Fino ad ora le frazioni di qualità più alta hanno trovato collocazione a livello europeo nel circuito del riciclo. Le frazioni con maggiori impurità, invece, avevano uno sbocco collaudato nelle aziende cinesi. Tra i materiali più colpiti dalla stretta cinese, ci saranno le plastiche eterogenee, il cosiddetto plasmix. Questi materiali prima venivano comprati anche se a prezzi bassi. Il plasmix veniva e viene utilizzato in Italia, anche se in quantità limitate, per nuove produzioni. Il materiale restante veniva esportato (con costi di trasporto bassi verso la Cina). Oggi non è più così e questo materiale perde interesse nelle aste dove i compratori acquistano la plastica da lavorare per il riciclo.

Quali sono le conseguenze all'orizzonte?

Venendo meno il mercato asiatico, l'Europa si trova davanti a un problema non indifferente. Il WTO ha cercato di convincere la Cina a rivedere i parametri, ma le modifiche sono state minime e di conseguenza ora si stanno manifestando una serie di fenomeni ambientali/economici. Nel Nord Europa, dove ci sono molti termovalorizzatori, i flussi che prima andavano in Cina tendono ad essere avviati a recupero energetico. Nei Paesi dove ci sono meno impianti, invece, questi materiali devono essere esportati verso altri stati europei con capacità residua.

Ma con costi differenti rispetto a quelli verso la Cina...

Dalle prime indicazioni, i prezzi per lo smaltimento di queste frazioni poco nobili stanno salendo da 80/100 euro a tonnellata (trasporto compreso) a 150/160 euro a tonnellata (senza trasporto).

Cosa fare per gestire e superare le eventuali criticità?

In questo quadro i materiali saranno destinati ad accumularsi nei piazzali con il rischio che si paralizzi la filiera fino alla raccolta stessa. Il sistema deve cercare vie di sbocco. Una soluzione a questa situazione sarebbe il recupero energetico. Ma servono gli impianti, e quelli presenti in Italia sono già saturati dai rifiuti provenienti dalle regioni non dotate di termovalorizzatori. Occorrerebbe intervenire a monte riducendo la quantità di queste plastiche che non trovano uno sbocco e ri-orientare il packaging verso plastiche che sono più facili da inserire in un circuito di recupero meccanico e con bio plastiche compostabili. Una strada da percorrere, i cui frutti, tuttavia, non si raccolgono subito.