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7 febbraio 2018

Cibo sprecato, c' lo stop

Il Tirreno - L'Italia, si sa, spesso è un Paese vituperato, mal giudicato per le abitudini dei propri cittadini e per la farraginosità del sistema burocratico, che rende un'impresa impossibile anche le cose più apparentemente semplici da realizzare. Tuttavia, a dispetto dei luoghi comuni, i buoni costumi non mancano e riguardano il comportamento di molte persone. Lo spreco alimentare che per anni è stata una piaga italiana, e dei Paesi industrializzati, oggi lo è un po' meno: tonnellate di cibo non consumato gettato nei rifiuti, uno spreco che nel nostro Paese nel 2016 ha rivelato un valore complessivo di quasi 16 miliardi di euro all'anno (1% del Pil nazionale), e che tradotto in termini di economia familiare significa che ogni nucleo getta via quasi 30 euro di cibo al mese. Risparmio a parte l'inutile acquisto di generi alimentari è, soprattutto, una questione morale, vivendo in un momento storico dove la povertà ha portato ad aumentare le persone costrette a rovistare nei cassonetti per portare a casa qualcosa da mangiare o andare ad accrescere la fila delle mense per i poveri. Diseguaglianze con le quali conviviamo asfitticamente. C'è da dire che le campagne di sensibilizzazione e la promozione di best practices in questi anni hanno contribuito a radicare nella cultura un maggiore grado di consapevolezza e attenzione per la materia alimentare e per il rispetto ambientale.Quindi qualcosa di positivo si è mosso, un piccolo cambiamento che dimostra che gli italiani si scoprono virtuosi e meno spreconi. Come si evince dai dati che ci vengono forniti nell'ultima ricerca che Waste Watcher, l'osservatorio nazionale sullo spreco di cibo di Last Minute Market - l'associazione che con il ministero dell'Ambiente ha istituito la giornata dedicata alla riflessione su questo problema - ha realizzato proprio assieme al ministero.Si tratta dei risultati del progetto Reduce, che da marzo dello scorso anno alla fine del 2017 ha sottoposto 430 famiglie di tutta Italia alla compilazione di un diario quotidiano in cui hanno annotato dettagliatamente il cibo sprecato, specificandone tipologia e quantità. Nel 2016 si stimava uno spreco di cibo di 145 chili a famiglia e 63 per persona, mentre adesso Reduce ha quantificato lo spreco in 84 chili a famiglia e 36 per persona. Virtuosismo reso possibile anche grazie allo sforzo messo in campo dalle politiche pubbliche, dal ridimensionamento dei packaging - molte famiglie acquistavano maxi confezioni, magari non riutilizzabili, di prodotti che poi, pur a fronte di una spesa ridotta rispetto a una minore quantità, finivano per non essere consumati e gettati nel cestino dei rifiuti, prima ancora di avariare - e all'introduzione di alcune leggi ad hoc, come quella che dall'estate 2016 permette le family bag di stampo statunitense: gli avanzi del ristorante vengono portati a casa. Non solo: secondo gli ultimi dati, la legge che da un anno e mezzo permette alla grande distribuzione di donare a enti di assistenza i prodotti invenduti, ha portato a far crescere di oltre il 21% le donazioni, per un totale di 87 mila tonnellate di cibo distribuite a un milione e mezzo di persone. L'Italia quindi dimostra di avviarsi sul binario giusto verso il 2025, proclamato dall'Ue Anno Europeo contro lo Spreco Alimentare e termine entro il quale l'Ue si è imposta di dimezzarne gli effetti. In termini economici, nei 28 Paesi dell'Unione, gli sprechi hanno un peso di 143 miliardi di euro, considerando anche i costi legati all'acqua e all'impatto ambientale, dei quali 98 miliardi imputabili esclusivamente al cibo gettato a livello domestico. Obiettivi raggiungibili se riusciamo ad invertire trend e cattive abitudini con maggiore responsabilizzazione, investendo tempo e denaro sulla prevenzione, sia tra le mura domestiche che a scuola. Bisogna responsabilizzare le famiglie e per farlo occorre intervenire sin dalle scuole primarie. Nelle nostre mense scolastiche, secondo la ricerca, si sperpera un terzo del cibo. E non è certo un buon esempio per i nostri figli.