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10 gennaio 2018

La scommessa vinta dell’azienda di Scarperia salvata dai dipendenti rilanciata dai sacchetti bio MAURIZIO BOLOGNI

La Repubblica - La legge ha imposto a negozi e catene di supermercati di far pagare ai clienti i bio shopper leggeri con cui vengono avvolti frutta e verdura. Ne è nata una polemica perché la misura favorirebbe Novamont, azienda di cui è ad Catia Bastioli, vicina a Renzi. Tra i produttori dei bio shopper, in accordo con Novamont, c'è un'eccellenza toscana con una bella storia.
È made in Mugello il bio shopper per frutta e verdura, quello che ora si paga per diktat di legge e non per volontà di chi lo fabbrica o lo distribuisce al supermercato.
Lo produce una cooperativa gloriosa, la Ipt di Scarperia, che la lungimiranza dei suoi soci-lavoratori ha saputo strappare alla crisi e ha riconvertito alla plastica biologica, mettendola sulla strada di un futuro che ora si preannuncia promettente. Ipt trasforma in bio shopper - sia quelli per frutta e verdura che quelli che si ricevono alla cassa - il Mater Bi, ovvero la materia prima composta almeno al 40% da elementi biodegradabili e biologici (acidi basici, amidi di agrumi, mais, barbabietole e altri vegetali) che viene fornita dalla Novamont di cui è amministratore Catia Bastioli, finita nella polemica per la vicinanza a Matteo Renzi. «Siamo orgogliosi di collaborare con Novamont», taglia corto Graziano Chini, 60 anni, spumeggiante presidente della coop Ipt, rinata anni fa grazie alle commesse di Unicoop Firenze e oggi player di livello nazionale che ha tra i suoi primi clienti anche Conad ed Esselunga. Ipt era, in origine, l'acronimo di Industria plastica toscana, che l'evoluzione del business ha rivisitato in Italian bioPackaging Technology.
L'azienda ha 64 dipendenti di cui oltre 50 soci lavoratori. Viene da anni di crescita grazie alla produzione in bio plastica. Ora si divide il mercato nazionale dei sacchetti non inquinanti con altre due aziende. Ha fatturato nel 2017 più di 31 milioni di euro - il 45% dei quali ricavati dagli shopperini per frutta e verdura - producendo 7mila tonnellate di sacchetti ecologici. Grazie agli shopperini per frutta e verdura, il futuro sembra roseo. «Nel 2018 puntiamo ad aumentare la produzione di oltre mille tonnellate», dice Chini.
«Abbiamo scommesso sulla plastica biodegradabile quando nessuno ci credeva» spiegava già quattro anni fa Chini, presidente dell'Ipt dal 2002, in azienda dal 1978 dove ha cominciato in officina. Ipt nasce come cooperativa nel 1994 quando, per rilevare un ramo di azienda della precedente gestione finita sull'orlo del fallimento, 78 addetti danno vita ad un'operazione di workers buyout: si trasformano in soci e mettono a disposizione un anno di mobilità, risparmi, prestiti in banca. Sono tempi duri, il mercato di plastica tradizionale non tira. I primi investimenti nel 1996, quando con 250 milioni la coop acquista un monopiegatore per 250 milioni di lire, e nel 1999, quando vince l'asta e compra lo stabilimento di Scarperia. È anche l'anno, il 1999, in cui la coop tenta per la prima volta la strada della bioplastica. Troppo presto. E l'azienda va incontro ad un nuovo periodo di difficoltà. Nel 2007 i lavoratori sono ridotti a 37, Ipt cede parte di uffici e di stabilimento per un milione di euro che serve ad acquistare un nuovo macchinario. È il punto di svolta.
Un anno prima la legge aveva deciso la messa al bando entro tre anni dei sacchetti di plastica. E la Ipt si getta nella produzione di bio shopper diventando partner di Novamont, che si è salvata dal crac Ferruzzi e detiene il brevetto del Mater Bi. L'impresa viene aiutata dalla decisione di Unicoop Firenze di anticipare i tempi della legge e di passare alla bioplastica da maggio 2009. Ma quando tutti i colossi della grande distribuzione sono obbligati ai sacchetti biodegradabili, il business di Ipt spicca il volo. «Abbiamo fatto tutto da soli, anche l'adeguamento di impianti perché non esistevano macchine per lavorare l'amido di mais - ha raccontato Chini - Abbiamo migliorato la tecnologia, riuscendo a produrre film resistenti a basso spessore. E con Novamont studiamo di diversificare in nuove applicazioni».