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8 gennaio 2018

Confermate dalla legge di Bilancio 2018 le deroghe al metodo di calcolo delle tariffe Tari, novitÓ in arrivo. Anzi no

Senza effetti l'obbligo di avvalersi dei fabbisogni standard

Italia Oggi - Cambiare poco per non cambiare nulla. La legge di Bilancio, la legge n. 205 del 27/12/2017, varata dal parlamento come ultimo atto della legislatura ha quasi ignorato il tema spinoso della tassa rifiuti (Tari), che pure avrebbe avuto necessità di numerosi e profondi correttivi. Ma intervenire avrebbe comportato il rischio (quasi la certezza) di creare un polverone dove la voce degli scontenti avrebbe pesato assai di più, in termini elettorali, del silenzio dei beneficiari della possibile riforma. E così la manovra estende, anche per il 2018, le deroghe al metodo normalizzato per il calcolo della Tari, già previste in passato. Unica novità, di impatto lieve o quasi nullo: i comuni devono tenere conto anche dei fabbisogni standard.
Cos'è la Tari. La Tari è stata introdotta (dalla legge 147/2013) a decorrere dal 2014 come componente dell'Imposta unica comunale (Iuc) ed è destinata al finanziamento del servizio di gestione dei rifiuti urbani e assimilati. Il balzello è pressoché identico alla Tares (applicata solo nel 2013), mentre si differenzia nettamente dalla vecchia Tarsu, principalmente per un elemento che è alla base di molte delle difficoltà applicative che si sono verificate in questi anni: la Tari (come la Tares) deve coprire interamente i costi del predetto servizio.
In alternativa alla Tari, i comuni possono introdurre una tariffa di natura corrispettiva (cosiddetta Tari puntuale, che riprende la ratio della vecchia e tribolata Tia), dotandosi di sistemi più raffinati di misurazione della quantità di rifiuti conferiti al servizio pubblico o di sistemi di gestione caratterizzati dall'utilizzo di correttivi ai criteri di ripartizione del costo del servizio, ma anche in tal caso (anzi, a maggior ragione) con l'obbligo di copertura integrale dei costi.
Ne consegue che ogni agevolazione, rimborso o altro provvedimento di favore per una determinata categoria di contribuenti deve essere compensato finanziariamente con una misura simmetrica a carico di altre categorie. In altri termini, il meccanismo ricorda la tradizionale coperta che (più o meno corta che sia), se tirata da una parte, ne scopre un'altra.
Lo strumento chiamato a trovare la (non sempre semplice) sintesi è il piano finanziario Tari, dove per ogni voce di costo deve essere trovata una corrispondente voce di ricavo, rappresentata dalle tariffe applicate alle diverse tipologie di utenze (domestiche e non domestiche). Le tariffe devono essere conformi al piano finanziario, che viene redatto dal soggetto che svolge il servizio stesso, ma che è approvato dai consigli comunali (o da «altra autorità competente a norma delle leggi vigenti in materia», come, in alcuni casi, i consigli delle Unioni di comuni).
Cosa cambia. Il quadro è rimato sostanzialmente immutato dopo la legge di Bilancio 2018, che si è limitata a confermare ancora per un anno alcuni meccanismi tecnici già previsti negli scorsi anni: in particolare, si tratta della possibilità di derogare al cosiddetto metodo normalizzato di calcolo delle tariffe, consentendo ai sindaci di disapplicare i coefficienti Ka, di cui all'allegato 1 al dpr 158/1999, da utilizzarsi per il calcolo della quota fissa della tariffa delle utenze domestiche, e di adottare, nel calcolo della quota variabile della tariffa delle utenze domestiche, nonché della quota fissa e di quella variabile delle utenze non domestiche, valori dei coefficienti Kb, Kc e Kd inferiori fino al 50% dei limiti minimi o superiori fino al 50% dei limiti massimi previsti dal citato dpr 158/1999.
Tali misure hanno l'obiettivo di evitare un conto troppo pesante ad alcune categorie di produttori di rifiuti (ristoranti, ortofrutta, pescivendoli ecc), che però in questo modo pagano meno di quanto dovrebbero in base al loro (elevato) indice di produttività. Visto l'obbligo di copertura integrale dei costi, che come detto caratterizza la Tari, ciò significa che altre categorie pagano di più. Come detto, il parlamento ha però preferito lasciare le cose come già stavano per altri 12 mesi, verosimilmente per evitare ripercussioni sulle scelte di voto di coloro che avrebbero visto la loro bolletta salire (e parecchio).
Non risulta, invece, rinviato l'obbligo (previsto dal comma 653 della legge 147/2013) di avvalersi anche delle risultanze dei fabbisogni standard (dei parametri che dovrebbero rappresentare una sorta di «costo giusto» del servizio), che pertanto devono essere considerati nel piano finanziario. Non è per nulla chiaro come ciò possa avvenire, vista la mancata corrispondenza tra gli elementi di costo considerati nel conteggio dei fabbisogni standard e le voci del piano finanziario previste dal dpr 158/1999. In ogni caso, sebbene per molti enti i costi inseriti nel piano siano decisamente superiori ai fabbisogni standard, occorre rilevare come la norma imponga di tenere conto «anche» dei secondi (e non «solo»). Per cui, c'è da attendersi che quella che pare essere una semplice dimenticanza del legislatore non avrà significative conseguenze sulle tariffe.